LE MASCHERE

 

C’era una volta …verrebbe la voglia di dire, se non si sapesse di copiare altre storie più risonanti. In effetti Cecchino c’è stato, c’è e ci auguriamo ci sarà ancora: stiamo parlando di una maschera che i bresciani avevano ma non sapevano di possedere. Ma andiamo con ordine.

Nella prima metà dell’800 un certo Zeffirino Muchetti, già marionettista di professione e di discendenza, si trovò tra le mani un personaggio, tra i tanti che facevano parte delle sue commedie, che in modo molto tipico rappresentava un carattere bresciano: Cecchino.

Era quello un periodo di occupazione austro­ungarica e già il nome, pur italianissimo, ricordava imperatori stranieri invasori. Forse per amor del quieto vivere, forse per opportunismo, il nome “Francesco” accontentava i francesi e gli austriaci, pur se riappropriato con l’abbreviazione al diminutivo.

Il bresciano, si sa, ha dovuto sopportare per secoli padroni stranieri, ma non per questo è stato mai soggiogato, tanto che in ogni caso si è sempre reso autonomo nei propri affari, in ossequio o meno alle regole imposte. Così infatti è Cecchino, un furbastro di sette leghe che non si implica mai troppo in questioni di idee, basta che alla fine il tornaconto sia il suo. Di estrazione contadina, come la maggioranza dei bresciani dell’epoca, vive in campagna (forse intorno a Montichiari, dove è nato) ma non è semplice contadino. Ha saputo ben amministrarsi tanto da saper leggere e scrivere quanto basta per fare i conti ed amministrare un po’ di terra. Alle dipendenze di altri padroni, è a sua volta padrone in quanto comanda senza essere servile. Si potrebbe considerare ‘”l risidur” di una volta. Il suo aspetto gioviale e sorridente fa capire il suo carattere accomodante che rifugge le liti, con quella saggezza contadina che sa ottenere il meglio più con un fare accattivante che con scontri diretti. L’incipiente pancetta dimostra anche un benessere che, pur senza essere eccessivo, gli permette una sicurezza nel vivere espressa nell’amore per la buona tavola ed i rapporti di buon vicinato con chiunque.

Contento di ciò che ha non fa sogni di improbabili scalate sociali, pur appartenendo ad una media borghesia terriera, sempre più attento ad essere “padrone in casa sua” pur se intorno dominatori d’ogni tipo si affannano per ottenere il potere.

Forse queste sono le caratteristiche di un tipo bresciano dell’800, o forse no. Sta di fatto che il contributo di diversi marionettisti intorno a Muchetti e soprattutto le critiche del pubblico hanno fatto sì che si delineasse questo personaggio i cui caratteri sono stati acquisiti ed accettati dal popolo. In effetti è personaggio originale, diverso dalle altre maschere quali Arlecchino che va a Venezia per servire o Gioppino, che rappresenta di più il personaggio della pianura bergamasca, mentre Cecchino ha la sua area nella bassa bresciana, avvicinandosi maggiormente a Mantova e Cremona. Il suo linguaggio poi è sempre piuttosto contenuto e non troppo popolare, pur se il dialetto è segno distintivo soprattutto nei confronti dei padroni stranieri.

(da “Le marionette nell’arte teatrale bresciana dal 1700 ad oggi” del febbraio 1989)

 

 

Maschera bresciana nata negli anni ’90 del secolo scorso ma che affonda le sue origini nella più antica storia dei bresciani.

Prendendo la mosse dall’antica tradizione della commedia Atellana, che presentava le maschere di MACCUS “uomo dalle grosse mascelle” che, a sua volta, derivava dal greco μακκοάω, ovvero “fare il cretino” e di BUCCUS, “uomo dalla bocca larga“, grasso ciarlatano, ghiottone maleducato, il fanfarone che parlava a vanvera, nasce CANAPPIO “uomo dal naso grosso”, che copia un po’ le caratteristiche comiche di entrambi, con una peculiarità fisica, volutamente esagerata, senza arrivare alla derisione di un possibile handicap come Dossennus il gobbo.

Data la sua caratteristica fisica, poi fonte di comicità, nasce il nome tratto dal dialetto bresciano: (canapa = naso grosso / napà = curiosare / napù = curiosone) che, a sua volta viene dal longobardo (nappa = naso). Canappio è anche un “curiosone”.

Certamente “napa” con il senso di “naso” è da vedere come il nucleo originario del termine. Assai probabilmente la sua origine è da rintracciare in una voce longobardica legata all’antico nordico “nef – neff” per “naso”, con ricostruibili varianti del tipo di “naff – napp” e “nappa – nappia”. È poi molto probabile che il termine, soprattutto in relazione alla grandezza del naso, abbia subito scherzosi incrociamenti e sovrapposizioni con altri del genere di “cana” inteso anche come “canna fumaria” e “capa” ovvero la “cappa del camino”.

Se quindi CANAPPIO teatralmente vuole continuare la tradizione latina della commedia, con il nome denuncia le antiche origini longobarde.

Volendo andare ancor di più a connotare le antiche origini celtiche, ricordiamo che i celti, oltre a Veneti, Latini, Osco-Umbri e Illiri, appartenevano alla terza ondata di popoli Indoeuropei che oltrepassarono il Reno e il Danubio, per dirigersi nell’Europa occidentale e meridionale. Queste radici giustificano la scelta della forma anatomica del naso definito “medio-orientale” con le narici alquanto grandi e la punta notevolmente cadente.

Altro elemento che denuncia la provenienza culturale dalle antiche civiltà orientali è il berretto frigio. È un indumento fondamentale del costume del regno persiano dal VI secolo a.C. al II secolo a.C. Fu uno degli attributi del dio Mitra, nel suo culto conosciuto come Mitraismo, arrivò in Occidente intorno al I sec. d.C., importato dalle legioni romane di ritorno dalle campagne militari in Oriente e si estese fino alla nostra provincia tanto che II nucleo più antico del monastero di San Pietro in Lamosa, a Provaglio d’Iseo, risale all’XI secolo e fu costruito laddove sorgeva, in precedenza, un tempio romano dedicato a Mitra.

Altro elemento che contraddistingue Canappio è il gilè, derivato dal francese Gilĕt che, in origine, era una veste senza maniche che portavano dei pagliacci del teatro popolare francese detti Gilles. (Gille è un’alterazione di Egidio passato a significare “buffone”). Canappio infatti ha il ruolo comico.

 

 

Nella tradizione bresciana mancava una figura femminile che potesse assumere il ruolo di maschera tipica. Tratta dal popolo, ambito di pertinenza dei burattini, nata negli anni ’90 del secolo scorso tra le radici della tradizione bresciana, si configura la maschera tipica della servetta che si trova già nelle commedie di Plauto.

Da antica schiava, nel ‘500 diviene la Zagna, compagna di vita e di fortuna del servo-giullare Zanni, e diventa la servetta, entrando a pieno titolo, unica maschera femminile, nella Commedia dell’Arte, col nome di Colombina. In ogni caso è sempre l’Amorosa, assumendo il nome di Betta, Franceschina. Diamantina, Marinetta, Violetta, Corallina o anche Arlecchina, secondo le tradizioni locali.

La sua versione bresciana si coglie in una famosa poesia di Angelo Canossi: “La muritina del Student” (nella raccolta Melodia e Congedo) in cui si tratteggiano le peculiarità dell’Amorosa bella, morettina, fresca, golosa (le piace la cioccolata), un po’ smorfiosa, scioccherella e civettuola, alla quale viene attribuito il vezzeggiativo confidenziale di “spaciughina”, da “paciugo, termine dialettale e familiare che i dizionari definiscono come: “intruglio appiccicoso di sostanze diverse mescolate disordinatamente”, quindi anche un po’ pasticciona. Questo pareva il nome più adatto al personaggio.

E’ interessante notare che, nella poesia, le viene attribuito anche il termine di “cianculina”, da “ciàncol”, il legnetto a due punte che i ragazzi di un tempo usavano per giocare. Questo appellativo, nella spiegazione a piè pagina, tra l’altro, viene tradotto in “burattina”.

La scelta pareva obbligata!

Spaciughina quindi è una servetta, ma non servile, che si permette degli spazi di libertà personale. Sempliciotta ma non stupida, che spiazza con la logica dell’ovvio. Sa essere convincente fino a circuire Canappio ma risponde a tono al padrone, incurante del possibile licenziamento.

 

Ci piace citare il regista e scrittore bresciano Costanzo Gatta che ricorda il personaggio nella sua recente pubblicazione: “Fòmne” (pag. 16)